Oggi son 40 giorni giusti giusti che il cancro s’è portato via papà. Lunga malattia e solita inaccettabile trafila di sofferenza e speranze uccise una ad una. Funerale. Un sacco di gente che gli voleva bene, da essere orgogliosi ed anche speranzosi di essere un po’ come lui: di compagnia, sempre pronto alla scherzo e sempre positivo verso tutto e tutti. Ha sempre lavorato babbo, dopo la pensione s’è messo a fare il pollice verde con il giardino e l’orto ed a dare una mano quando serviva perché starsene a far nulla per un Veneto è tempo nel cesso. Poi adorava costruire, era un vero artigiano. Sapeva far tutto, rubava da chiunque facesse un lavoro. Voleva vedere se era capace, poi provava e lo era. Quando lavorava era stimolato dalle difficoltà, riuscire a fare qualcosa che sulla carta sembrava impraticabile. Quando ero giovane giovane andavo spesso a dargli una mano. Erano altri tempi e nessuno si formalizzava su tante cose, adesso sarebbe impossibile. Ho imparato un po’ di cose ma non tutto quello che sapeva fare. Poi son finito a fare l’Università; per gente che s’è spaccata la schiena una vita era il traguardo massimo. Chi avrebbe pensato al precariato allora? Alla situazione di adesso? Col senno del poi forse stavo meglio a lavorare col babbo ed a rubare un po’ di segreti. Invece ho un dottorato che l’ha reso orgoglioso: “Me fiol l’ha ciapà el dottorato!”
Son 40 giorni che mi vengono in mente azioni e momenti passati con lui, lavori, incazzature, feste, attimi, dolori ed un piccolo difetto: ci voleva troppo bene ed ha fatto troppo poco per lui stesso.
Al funerale volevo leggere qualcosa che mi era passato per la testa, ma non ce l’avrei mai fatta, troppo devastato. Lo metto qua:
cancro, tumore, metastasi.
tutte parole che finché non ti succede vengono riassunte come “brutto mal”.
Poi se ti capita di averci a che fare, sono le parole che diventano il tuo vocabolario, il tormento di tutti i giorni.
Anche morte è una parola che di solito si evita, si usano dei sinonimi tipo “è andato”, “si è spento”, “è trapassato” o “non c’è più”…
Chiamare le cose con il loro nome a volte mette paura o magari solo soggezione.
A babbo ed a noi è toccato tutto quanto. È dura viverlo e soprattutto accettarlo.
Negli ultimi due giorni abbiamo sentito tantissime persone che gli volevano bene.
Alcune non le ricordavo,
altre non le avevo conosciute,
altre ci sono sono sempre state,
altre sono qui adesso,
ma tutte hanno avuto parole di sostegno verso di noi e ricordi su mio papà.
Adesso possiamo solo salutarlo.
Spero che tutti quelli che l’hanno conosciuto possano ricordarlo come la persona stupenda che per me e la nostra famiglia è stata.
ciao papà.